Sessualità e disabilità - rispetto, consapevolezza e diritti reali
Sessualità e disabilità: quello che ho imparato in 20 anni dietro il bancone
Non sono un medico, non sono un sessuologo, non sono un teorico. Gestisco un sexy shop a Gallipoli dal 2006. Sto dietro un bancone da vent'anni e ho imparato ascoltando. Ho visto entrare persone in carrozzina che chiedevano scusa per esistere, madri imbarazzate, padri che compravano di nascosto. Piano piano, grazie a loro, ho imparato come muovermi.
Questo articolo non è teoria. È quello che mi hanno insegnato le persone che entrano nel mio negozio. Un bagaglio pratico che oggi metto a disposizione di chi vive situazioni simili e non sa a chi rivolgersi.
Una cosa che dico sempre: l'ingegnere studia la casa, il muratore la costruisce. Io sto in "cantiere" dal 2006: non vendo manuali d'istruzioni, ma risposte concrete nate dall'esperienza.
1) "Scusi, ma per uno come me... esiste qualcosa?"
Marco – lo chiamerò così – è entrato nel mio negozio qualche anno fa. Aveva trent'anni, una carrozzina elettrica e uno sguardo che non dimenticherò. Un misto di vergogna, speranza e quella rabbia silenziosa di chi è abituato a sentirsi invisibile.
Non ha chiesto un prodotto specifico. Ha chiesto permesso. "Scusi, ma per uno come me... esiste qualcosa?"
Quella domanda mi ha segnato. Non stava chiedendo informazioni tecniche: stava chiedendo se aveva il diritto di provare piacere. Se il suo corpo – quello che la società considera "difettoso" – poteva ancora desiderare.
Gli ho risposto che sì, certo che esisteva qualcosa. Abbiamo parlato, gli ho mostrato alcune opzioni, abbiamo ragionato insieme su cosa poteva funzionare per la sua mobilità. Ma soprattutto gli ho detto una cosa che evidentemente nessuno gli aveva mai detto: il suo corpo aveva gli stessi diritti di qualsiasi altro.
È tornato a casa con un acquisto. Ma credo che la cosa più importante che si è portato via fosse la sensazione di essere stato trattato da adulto. Non come un paziente. Non come un caso. Come un uomo che ha desideri, punto.
Da quel giorno ho capito che il mio lavoro era cambiato. Non vendevo più solo prodotti: stavo restituendo una cosa semplice, la normalità.
Marco non era un caso isolato. Era la regola. Da lì ho iniziato a studiare, chiedere, ascoltare. Perché queste persone meritavano qualcuno che le capisse e le trattasse normalmente – e a Gallipoli, in quel momento, quel "qualcuno" non c'era.
2) Il problema che vedo ogni giorno: trattati come eterni bambini
Non serve essere esperti per capire cosa succede in Italia. Basta tenere gli occhi aperti. Le persone con disabilità – soprattutto quelle con disabilità cognitiva o intellettiva – vengono trattate come bambini per sempre. Bambini che non crescono, che non desiderano, che non hanno pulsioni sessuali.
Lo vedo ogni volta che entra qualcuno nel mio negozio. Negli occhi di chi si vergogna a chiedere informazioni. Nelle parole dei genitori che mi confessano "non sapevo nemmeno che mio figlio potesse avere questi bisogni".
Ma non sono io a dirlo. Lo dicono le associazioni che studiano questi temi da anni. CoorDown ricorda che "la sessualità e l'affettività sono parti imprescindibili della vita di tutti", senza eccezioni legate alla disabilità. La FISH – Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap – nei propri documenti denuncia da anni come il tema dell'affettività e della sessualità delle persone con disabilità venga sistematicamente rimosso dal dibattito pubblico e dalle politiche sociali.
Io me lo sento raccontare a voce bassa, al bancone, ogni settimana.
Non faccio diagnosi e non sono uno psicologo. Ma tanti genitori, negli anni, mi hanno raccontato la stessa cosa: quando al figlio o alla figlia viene data la possibilità di vivere in autonomia la propria intimità, spesso scalano l'ansia, il nervosismo, certi comportamenti che prima venivano definiti "problematici". È un'osservazione empirica che nasce dentro il mio negozio, non una tesi scientifica. Per la parte clinica – quando serve – mi appoggio a professionisti seri. Un riferimento utile è il comitato LoveGiver, che da anni lavora sul tema con un approccio formato e competente.
Quello che ho imparato è semplice: negare la sessualità non "protegge" nessuno. Rimuove il problema dal tavolo delle famiglie, non dalla vita delle persone. E chi paga il prezzo più alto sono proprio quelli che si vorrebbe "proteggere".
3) Le storie che mi porto dentro
Potrei scrivere un libro con le storie raccolte in questi anni. Ne condivido qui tre, perché mostrano una realtà che tanti preferiscono ignorare.
Anna e la figlia
Anna (nome di fantasia) è entrata accompagnando la figlia di ventotto anni, una ragazza con una disabilità cognitiva. La figlia aveva scoperto online i succhiaclitoride e ne voleva uno. Ne era, per usare le parole della madre, "ossessionata".
Anna mi ha raccontato tutto con gli occhi lucidi: la figlia, quando non riusciva a trovare sfogo, diventava agitata, si faceva del male, era ingestibile. L'aveva messa per un periodo in una struttura residenziale. "Sa cosa facevano? La sedavano. Quando andavo a trovarla era uno zombie. Non era più mia figlia."
Così Anna aveva scelto di guardare in faccia la realtà, meglio uno strumento che permette alla figlia di gestire in autonomia la propria intimità, piuttosto che farmaci che la spengono. Meglio l'imbarazzo di entrare in un sexy shop, piuttosto che vedere la figlia sparire dietro gli occhi.
Abbiamo parlato a lungo. Le ho spiegato i modelli, quale poteva essere più adatto, come pulirlo. Oggi quei prodotti — quelli pensati per essere usati senza forza nelle mani — li ho raccolti in una sezione dedicata, proprio perché famiglie come quella di Anna così che famiglie come quella di Anna possano trovarli in un posto solo invece di cercarli sparsi. Anna è uscita con un acquisto e, soprattutto, con la sensazione di non essere sola.
I padri che vengono di nascosto
Poi ci sono i padri. Vengono quasi sempre da soli, quasi sempre guardandosi intorno. Comprano per i figli maschi adulti prodotti che permettano loro di masturbarsi.
La cosa che mi colpisce sempre è che nella maggior parte dei casi le mogli non lo sanno, o non approvano. "Mia moglie dice che non è il caso", "Mia moglie pensa che lo renderebbe ossessionato", "Mia moglie dice che non ne ha bisogno".
E invece ne ha bisogno, eccome. Il corpo di un uomo adulto – anche con disabilità – produce testosterone, ha erezioni, ha pulsioni. La disabilità non spegne gli ormoni. Molte famiglie fanno finta che sia così, perché è più comodo.
Questi padri stanno riconoscendo l'umanità dei propri figli, anche quando lo fanno di nascosto. Stanno dicendo: "Mio figlio è un uomo adulto, con tutto quello che comporta".
Chi entra chiedendo scusa
La cosa che mi fa più male è quando entrano persone con disabilità che si scusano. "Scusi il disturbo", "Scusi se le faccio perdere tempo", "Scusi se le faccio domande strane".
Non c'è niente da scusare. Sono clienti come tutti gli altri. Anzi, spesso più consapevoli e più informati, perché sanno quanto sia difficile trovare qualcuno che li tratti con normalità.
Le persone con disabilità non vogliono compassione. Non vogliono essere trattate come casi speciali. Vogliono solo essere trattate come adulti: con rispetto, competenza, normalità. Non è così difficile.
4) I genitori: chi resiste e chi ha capito
Se c'è una cosa che ho imparato in vent'anni è che il vero ostacolo, spesso, non è la disabilità. Sono le famiglie.
Non lo dico per giudicare. Lo dico perché l'ho visto centinaia di volte. Genitori che amano profondamente i propri figli ma che, davanti al tema sessualità, si bloccano. Negano. Rimandano. Fanno finta che il problema non esista.
Quelli che resistono
"Mio figlio è troppo giovane per queste cose" – detto di un trentacinquenne. L'ho sentito davvero. E non una volta sola.
"Non voglio che si faccia strane idee" – come se il desiderio sessuale fosse un'idea da cui proteggersi, non una componente naturale del corpo.
"Se gli do certe cose poi diventa ossessionato" – la paura che riconoscere la sessualità significhi scatenare qualcosa di incontrollabile.
Capisco queste paure. Essere genitori di un figlio con disabilità è un percorso durissimo, pieno di sfide che chi non le vive non può immaginare. Ma la sessualità non scompare ignorandola: si trasforma in frustrazione, in tensione, in comportamenti che poi vengono etichettati come "problematici".
Quelli che hanno capito
E poi ci sono i genitori che mi danno speranza. Quelli che entrano e dicono: "Ho bisogno del suo aiuto. Mio figlio è un adulto e ha diritto di conoscere il proprio corpo".
Sono loro i veri coraggiosi: quelli che hanno superato l'imbarazzo, messo da parte i propri preconcetti, scelto di vedere il figlio come una persona intera, con desideri legittimi.
Una madre mi ha detto una cosa che non dimentico: "Preferisco che mio figlio impari il piacere in modo sicuro, piuttosto che si faccia male cercando di capire da solo". Questa è cura vera.
Negare del tutto l'educazione affettiva e sessuale espone a rischi concreti: incapacità di riconoscere situazioni di abuso, difficoltà nel distinguere comportamenti appropriati da inappropriati, solitudine affettiva. Proteggere non significa nascondere. Significa educare e accompagnare, adattando il linguaggio al livello di ogni persona.
5) L'assenza dello Stato: famiglie lasciate sole
C'è un capitolo di questa storia che mi fa arrabbiare più di tutti gli altri. Ed è quello dell'Italia che non c'è.
In Germania, Svizzera, Olanda, Danimarca esistono da anni figure professionali formate per accompagnare le persone con disabilità nella scoperta dell'affettività e della sessualità. Si chiamano assistenti sessuali o Sexualbegleitung. Non sono prostitute: sono professionisti con percorsi formativi strutturati, codici deontologici, supervisione clinica.
In Italia il comitato LoveGiver, fondato da Max Ulivieri, si batte da oltre un decennio per il riconoscimento di questa figura. Ha formato decine di operatori, presentato proposte di legge, portato il tema sui media mainstream – "Le Iene", Repubblica, Corriere. Ma la resistenza culturale e politica è fortissima.
Il risultato lo vedo nel mio negozio ogni settimana: famiglie lasciate sole a gestire, in modo improvvisato, bisogni che altrove sarebbero affrontati da professionisti formati.
Quando lo Stato non riconosce un bisogno, quel bisogno non sparisce: si sposta nel grigio. E nel grigio succede di tutto, spesso senza tutele per nessuno – né per la persona con disabilità, né per la famiglia, né per chi interviene. Riconoscere la figura dell'assistente sessuale significa esattamente togliere il tema dal grigio e portarlo in una dimensione sanitaria, formata, tracciata. Non è una battaglia "di costume": è una battaglia di salute pubblica.
Quello che potrebbe cambiare tutto
Non serve inventare niente. Servirebbe copiare quello che funziona altrove:
- Una formazione riconosciuta per assistenti all'affettività, con standard chiari e supervisione
- Inserimento del tema dentro i progetti di vita indipendente previsti dalla legge 112/2016 (il cosiddetto "Dopo di Noi")
- Educazione affettiva e sessuale nelle scuole, anche nei percorsi per alunni con disabilità
- Formazione degli operatori socio-sanitari delle strutture residenziali, che oggi nella maggior parte dei casi non sanno come affrontare il tema
Finché queste cose non ci sono, ognuno si arrangia come può. E questo è il vero scandalo – non le famiglie che provano a dare dignità ai propri figli, ma uno Stato che le lascia sole.
6) Cosa ho imparato sul campo (e come mi muovo oggi)
Torniamo a me. Non sono un esperto con lauree appese al muro: sono uno che ha imparato facendo. E dopo vent'anni ho capito alcune cose su come muovermi con le persone con disabilità che entrano nel mio negozio, o che mi contattano da tutta Italia.
La prima cosa: metterli a proprio agio
So che già entrare qui – o anche solo contattarmi – costa fatica. C'è l'imbarazzo, la vergogna, la paura di essere giudicati. Quindi la prima cosa che faccio è togliere quella tensione. Parlo normalmente, senza drammi e senza pietismi. Come se fossi al bar con un amico.
Funziona. Quando le persone capiscono che non le sto guardando "strane", si rilassano. E lì inizia la conversazione vera.
Ascoltare prima di proporre
Ogni situazione è diversa. C'è chi ha limiti di mobilità agli arti superiori, chi usa la carrozzina, chi ha ipersensibilità sensoriale, chi ha disabilità cognitive. Non esiste una soluzione unica.
Quindi ascolto. Chiedo. Cerco di capire cosa serve davvero. E poi propongo - non quello che costa di più, ma quello che può funzionare per quella persona specifica. Una parte di questi prodotti, quelli che uso più spesso per chi ha limiti di presa o di mobilità, sono raccolti qui.
Non sono solo del Sud
Il negozio fisico è a Gallipoli, ma mi contattano da tutta Italia. Tanti non comprano nemmeno: vogliono solo informazioni, consigli, qualcuno con cui parlare senza vergognarsi.
Rispondo a tutti. Perché so che per molti anche solo mandare un messaggio è già un passo enorme. E meritano una risposta seria, non un "guarda sul sito".
Quando l'erezione non c'è più
Una richiesta che ricevo spesso non riguarda la disabilità dalla nascita, ma quella che arriva dopo: un intervento, una terapia, una malattia che porta via l'erezione. Le coppie non vogliono rinunciare, vogliono solo capire come fare. In quei casi una delle soluzioni più concrete è uno strap-on cavo indossabile: si indossa sopra, non richiede erezione, e il rapporto continua davvero – non come ripiego, ma come un'altra strada per la stessa cosa.
Non ho teorie da vendere. Ho solo l'esperienza di chi sta dietro un bancone da vent'anni e ha imparato ad ascoltare. Se hai domande – anche solo per capire, senza comprare nulla – scrivimi. Ti rispondo sempre personalmente.
7) Il cambiamento che vedo
Voglio chiudere con qualcosa di positivo, perché nonostante tutto qualcosa sta cambiando. Lo vedo con i miei occhi.
Le nuove generazioni di genitori sono diverse: hanno accesso a internet, leggono, si informano. Arrivano già sapendo che la sessualità dei figli con disabilità è un diritto, non un capriccio. Non devo più convincerli – devo solo aiutarli a trovare soluzioni pratiche.
Anche al Sud, dove parlare di certe cose era impensabile fino a pochi anni fa, vedo più apertura. Non siamo ancora dove dovremmo essere, ma rispetto al 2006 è un altro mondo.
Eventi come "104 modi di amare" mettono insieme esperti, attivisti e famiglie per parlare di questi temi apertamente. Associazioni come la FISH portano avanti battaglie importanti. Le cose si muovono.
E poi ci sono le singole famiglie che, nel loro piccolo, stanno cambiando tutto: la madre che accompagna la figlia a scegliere un vibratore, il padre che compra un masturbatore per il figlio e poi torna a ringraziarmi perché "è più sereno". Non sono eroi, sono genitori che fanno il loro mestiere fino in fondo.
Se stai leggendo questo articolo e ti riconosci in qualche storia – se sei un genitore che non sa come muoversi, o una persona con disabilità che si sente invisibile – sappi che non sei solo. Esistono persone pronte ad ascoltarti senza giudicarti. Io sono una di quelle.
Il corpo è un diritto
Il piacere, l'intimità e la conoscenza di sé non sono lussi riservati a chi ha un corpo "standard". Se hai dubbi, paure o curiosità, scrivimi. Non prometto miracoli: prometto ascolto vero e, dove possibile, soluzioni concrete.
Perché l'inclusione non è uno slogan. È una pratica quotidiana fatta di gesti, scelte, rispetto.
Risorse utili: se cerchi prodotti specifici per esigenze particolari, puoi esplorare la sezione stimolatori o masturbatori. Se preferisci una consulenza personalizzata, scrivimi su WhatsApp – parliamo in privato, senza fretta e senza giudizio.
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Domande frequenti su sessualità e disabilità
Se hai domande, dubbi o semplicemente vuoi raccontarmi la tua situazione, scrivimi. Nessun giudizio, solo ascolto e – se posso – soluzioni concrete.
Oppure via email – rispondo sempre personalmente.
Chi ha scritto questo articolo: Cristian Gestisco Sottosopra Sexy Shop a Gallipoli dal 2006. Non sono un teorico – sono uno che ha imparato ascoltando le persone che entrano nel suo negozio. Se vuoi sapere di più su di me e su come lavoro, leggi la mia storia.
Articolo aggiornato ad aprile 2026
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